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giovedì 16 maggio 2013

Apicoltura: quel che c'è da sapere per un allevamento ottimale


Miele, polline, cera d'api, propoli. Sono solo alcune delle cose che bisogna sapere per diventare un apicoltore doc. Perché un allevamento di api funzioni e la produzione di miele (e non solo) sia abbondante e di qualità, è molto importante la scelta del posto dove collocare le arnie. Sono considerati parametri fondamentali la presenza entro 3 Km di piante con una fioritura caratterizzata da un'abbondante produzione di polline e nettare, la vicinanza a un corso d'acqua, ventilazione e umidità non eccessive e un'esposizione che in inverno garantisca sempre alcune ore di sole e in estate un'adeguata ombreggiatura. Secondo quanto stabilito dalle normative regionali, gli apiari devono distare almeno 15-20 metri da strade e ferrovie e se ospitano più di 50 famiglie devono essere collocati ad almeno 3 Km da eventuali altri apiari. In tal caso, godono di diritto di prelazione il primo apiario installato e il proprietario del terreno dove e' collocato. Per iniziare l'attività, è necessario procurarsi arnie, prendisciami nel caso in cui si decidesse di partire con colonie catturate in natura oppure sciami artificiali acquistando 5 o 6 telai con favo, covata, api e regina da un apicoltore professionista. 

Quindi, bisogna provvedere all'abbigliamento dell'apicoltore, dal cappello alla maschera, agli attrezzi e ai prodotti per gestire le api e l'alveare, e al materiale per il laboratorio di smielatura e confezionamento. Conti alla mano, i costi vivi di avviamento si aggirano su 1.500-2.000 euro, uno sciame e una cassetta completa costano da 50 a 100 euro. Come per tutti i lavori della campagna, anche l'apicoltura è soggetta a stagionalità. L'Attività inizia in primavera e l'apice si raggiunge a estate inoltrata. I prodotti dell'apicoltura sono ovviamente il miele, ma anche il polline, la cera d'api, la pappa reale, propoli e veleno, che sono utilizzati tanto nella medicina omeopatica che in quella tradizionale. La produzione di miele può variare da 25-30 Kg per alveare fino a 90, mentre il suo valore di mercato parte da un prezzo minimo di 5 euro.


venerdì 8 marzo 2013

Corso di apicoltura - Palazzolo (Sr)

PALAZZOLO. Il Centro Studio Ibleo organizza un corso di apicoltura di 10 lezioni frontali di 30 ore, che si terranno ogni venerdì dal 22/03/2013 al 24/05/2013 dalle ore 15:30 alle 18:30 presso la sede dell'Informagiovani di Palazzolo Acreide (Sr) situata all'interno della villa (spiazzale vicino al campetto di calcio). Il corso è a pagamento (55 euro) e a numero chiuso (massimo 20 persone) sarà curato da due Agronomi esperti del settore: il dott. Vincenzo Catinella e il dott. Pierangelo Trapani. Per info e prenotazioni telefonare al cell. 3204173960. Segue il programma del corso. 

PROGRAMMA DEL CORSO
Lez.1: 
PRESENTAZIONE E INTRODUZIONE AL CORSO;
MORFOLOGIA, ANATOMIA E FISIOLOGIA DELL'APE; 
LE RAZZE ALLEVATE IN ITALIA; 
LA SOCIETÀ DELLE API; 
SVILUPPO E COMPITI DELLE API, L'IMPORTANZA SOCIALE DELLA REGINA.

Lez.2: 
LE COSTRUZIONI DELLE API; 
LA RICERCA DEL CIBO; 
IL LINGUAGGIO DELLE API; 
SENSIBILITÀ AI CAMPI MAGNETICI; 
DIFESA DELLA COLONIA; 
LE API E L'AMBIENTE: piante di interesse apistico, importanza delle api per l'agricoltura, l'ape come insetto-test del grado di inquinamento ambientale.

Lez.3: 
NEMICI DELLE API: mammiferi,uccelli, rettili ecc..;
MALATTIE DEGLI ADULTI: acariosi, varroatasi o varroasi, nosemiasi, amebiasi, paralisi, mal nero, mal della foresta, mal di maggio, para tifosi , diarrea; 
MALATTIE DELLA COVATA: peste americana, peste europea, parapeste, covata a sacco, micosi; 
INTOSSICAZIONI ED AVVELENAMENTI DA PESTICIDI;

Lez.4: 
L'ALLEVAMENTO DELLE API E I SUOI MATERIALI: arnie, fogli cerei, accessori dell'arnia,attrezzi vari; 
INSTALLAZIONE DI UN APIARIO: scelta del luogo, disposizione delle arnie,manutenzione; 
QUANDO SI VISITA UN APIARIO: visita esterna, visita interna, visite invernali, visite primaverili.

Lez.5:
LAVORO E MANUTENZIONE ESTIVA: posa dei melari, prelievo del miele, smielatura, conservazione dei favi in magazzino, nutrizione zuccherina e proteica.

Lez.6: 
CONTROLLO E PREVENZIONE DELLA SCIAMATURA; 
CATTURA DI SCIAMI LIBERI O NATURALI; 
SCIAMATURA ARTIFICIALE; 
COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI SCIAMI; 
ALLEVAMENTO E SELEZIONE DELLE REGINE.

Lez.7: 
IL MIELE: composizione,proprietà fisiche, pastorizzazione, invasettamento e conservazione, commercializzazione, i vari tipi di miele e loro degustazione, usi e proprietà del miele.

Lez.8
I PRODOTTI DELLE API: LA PAPPA REALE: produzione, caratteristiche organolettiche e fisiche, conservazione, confezionamento e vendita, usi e proprietà; 
LA CERA: produzione, caratteristiche organolettiche e fisiche, usi e proprietà; 
LA PROPOLI: produzione, caratteristiche organolettiche e fisiche, usi e proprietà, 
IL VELENO PRODOTTO DALLE API: composizione chimica, proprietà fisiche, effetti delle punture delle api, produzione del veleno, usi e proprietà; 
SOTTOPRODOTTI : idromele, aceto di miele, liquori al miele, allevamento della tarma da cera;

Lez.9: 
VISITA DI UN APIARIO

Lez.10: 
VISITA DEI LOCALI PER LA SMIELATURA; 
CONFEZIONAMENTO E CONSERVAZIONE DEI PRODOTTI DELL'ALVEARE;

fonte: www.iblon.it 

giovedì 7 marzo 2013

Valle d'Aosta: Domande contributi apicoltori

L’Assessorato dell’agricoltura e risorse naturali ricorda agli apicoltori che fino a venerdì 29 marzo prossimo è possibile presentare le domande di contributo relative alle azioni dirette a migliorare le condizioni della produzione e commercializzazione dei prodotti dell’apicoltura, previste dal Regolamento (CE) n. 1234/2007, per il periodo 2013-2014. Le domande devono essere presentate all’Ufficio apicoltura dell’Assessorato, in località Grande Charrière 66 a Saint-Christophe (orario: martedì e giovedì dalle 9 alle 14, altri giorni su appuntamento). Il bando relativo alla concessione dei contributi è consultabile qui.


martedì 5 marzo 2013

Nuovi fondi per l'apicoltura. La Provincia di Biella finanzia l’acquisto di arnie con fondo a rete


L’apicoltura biellese riceve nuovi fondi destinati al contenimento della varroa, malattia questa che ogni anno arreca ingenti perdite di api mellifere, attraverso l’acquisto di arnie dotate di fondo a rete antivarroa. La Provincia di Biella ha già predisposto il nuovo bando per l’anno 2013 sulla base dei fondi, poco meno di 5.000 €, messi a disposizione dal MIPAF in applicazione del Reg. Cee 1234/07. Al nuovo bando, che aprirà il 4 marzo e si protrarrà fino al 29 marzo, possono aderirvi solo gli apicoltori professionali con partita Iva Agricola, iscrizione alla CCIAA come agricoltori o apicoltori e con fascicolo aziendale costituito presso un CAA (centro di assistenza agricola). Il contributo per l’acquisto delle sole arnie dotate di fondo a rete (massimo fino a 80 € l’una) verrà erogato in conto capitale con una percentuale del 60% della spesa ammessa. 

Alla chiusura del bando verrà predisposta una graduatoria di merito e le istanze verranno approvate secondo l’ordine della stessa fino ad esaurimento dei fondi disponibili. Per quanto riguarda gli ulteriori dettagli (tempistica, vincoli, esclusioni ecc.) si rimanda alle istruzioni operative disponibili presso gli uffici provinciali o pubblicate sul sito della Provincia alla sezione agricoltura. E’ una iniziativa che vuole sostenere e valorizzare un comparto, come quello dell’apicoltura, che a fronte di perdite significative derivanti, in parte dalla varroa e in parte, in un passato ancora recente, all’utilizzo di concianti pericolosi nelle sementi (pratica poi fortunatamente sospesa o comunque ridimensionata), svolge un ruolo fondamentale di tutela e sviluppo dell’ambiente e di mantenimento della sua biodiversità, oltre a quello di indicatore dello stato di salute dell’ambiente. 
Proprio per queste sue funzioni l’apicoltura sta raccogliendo attualmente un numero sempre più’ alto di addetti, in particolare di giovani siano essi amatoriali che produttori professionali, come anche confermato dai dati dell’ultimo censimento apistico (2012), dal quale risultano censiti circa 260 apicoltori.


martedì 12 febbraio 2013

Il recupero di uno sciame selvatico in un muro

Fonte Apicolturaonline.it



Le api, da questo periodo in poi, hanno tutto il tempo per diventare una famiglia forte, ricostruire il nido e ripristinare le scorte per l’inverno successivo.

La tentata distruzione di una famiglia d’api ospitata nell’intercapedine di una finestra chiusa con tramezzi di mattoni forati dall’interno e con muratura di tufo dall’esterno (foto 1) era stata tentata per ben due volte, prima con il fuoco e poi con i prodotti chimici. Poiché la famiglia era lasciata a se stessa, il rischio che poteva trasmettere le malattie come la peste americana, la peste europea e la varroa, compromettendo anche la sopravvivenza delle altre famiglie della zona, ha spinto l’autore dell’articolo a recuperare la famiglia.

Questi tipi di travasi, di famiglie naturali alloggiate in posti stabili e inamovibili, sono più complicati di quelli che si effettuano dalle arnie rustiche, poiché si deve lavorare con tutte le bottinatrici che rientrano dai campi con il loro carico.

Per tale motivo, i travasi che avvengono dalle arnie rustiche si fanno spostando l’arnia lontano dal posto primitivo.


Data la complessità dell’operazione, per il recupero dello sciame posto a circa tre metri dal piano di campagna, è stato richiesto l’intervento di due apicoltori e l’allestimento di un’impalcatura (foto 2).
Una raccomandazione, che non mi stanco mai di rinnovarla, è che quando si raccolgono gli sciami da posti pericolosi, l’impalcatura, scale o altri attrezzi, indispensabili per recuperare lo sciame, devono essere sempre posti e installati a regola d’arte. La ragione è semplice: il valore dello sciame recuperato non compenserà mai un’eventuale infortunio sul lavoro.

Oltre agli attrezzi da muratore usati per demolire il muro, per effettuare il travaso, è stato utilizzato il seguente materiale: un pigliasciame a cinque telaini; tre telaini da nido vuoti precedentemente ingabbiati con rete metallica a maglie larghe; due telaini costruiti; un affumicatore; un coltello; una corda; dei chiodi; un gancio; due recipienti per contenere i favi asportati e una spazzola continuamente inumidita in un secchio d’acqua, per non irritare le api durante la spazzolatura dei favi.

L’ingresso del nido, sulla parete esposta a sud, da un esame visivo si presentava di colore scuro, tendenzialmente al nero. Ciò faceva trapelare che la famiglia d’api dimorava nel nido da circa tre anni, come è stato ampiamente confermato dalla proprietaria del fabbricato.

Il recupero della famiglia dallo stato naturale è stato svolto in una giornata di pieno sole, con temperatura esterna di circa 18° gradi, in assenza di vento, dopo aver abbondantemente affumicata la famiglia d’api attraverso la fessura d’ingresso in modo che le api si riempissero di miele, diventando meno aggressive.

Si è proceduto poi ad eliminare tutta la parete esterna di tufo, con gli attrezzi consueti da muratore, portando allo scoperto tutti i favi del nido.

L’intercapedine, dove aveva trovato rifugio la famiglia d’api, aveva una capienza volumetrica maggiore rispetto alle esigenze biologiche della famiglia d’api, presentava le seguenti dimensioni 70*140*20 cm per un volume di 196.000 cm cubici, di cui solo la metà era occupata dai favi. Il volume scelto dalle api è superiore a quello che noi gli offriamo ospitandole nell’arnia razionale.

Il nido all’interno era costituito da undici favi. Per circa 50 cm in prossimità dell’ingresso erano disposti a favi caldi, i restanti a favi freddi (foto 3).
Il sesto e il settimo favo erano amalgamati con quelli a favo caldo. Da un’analisi attenta dello stato di conservazione dei favi, si è riscontrato che i primi due, quelli disposti a caldo, nella parte bassa si presentavano ammuffiti.

Le api, comprendendo che lontano dalla fessura d’ingresso non riuscivano più a mantenere costante il microclima interno, hanno cambiato l’orientamento dei favi per avere una migliore ventilazione.

Dopo aver ispezionato dettagliatamente il nido e verificato che la famiglia non era malata di peste o di varroa, si è proceduto al taglio d’alcuni favi di covata compatta con celle aperte e al loro ingabbiamento in un telaino da nido vuoto, rispettando sempre la naturale posizione.
Al termine del riempimento, i telaini sono stati inseriti nel pigliasciame per facilitare il richiamo delle api nutrici. Poi sono stati tagliati i restanti favi di covata opercolata, sempre a misura dei telaini da nido vuoti e ingabbiati nei telaini.

Il telaino da nido vuoto ha, sulle due facciate della rete zincata a maglie larghe (foto 4 ), facilmente asportabile e incastrabile. Questa è mantenuta in verticale e aderente al telaino, piegando l’estremità a 90° ed incastrandola nei forellini fatti nella cornice di legno del telaino.

Durante l’innesto, per agevolare l’operazione d’inserimento dei favi, viene tolta una parete di rete zincata. Quando il telaino è completo di favi naturali, con una leggera pressione delle dita s’incastra la rete precedentemente asportata.

Questo sistema del telaino ingabbiato è il migliore in senso assoluto, per quanto mi ha dimostrato la mia esperienza, perché tutte le operazioni avvengono in modo rapido e veloce. Rispetto al sistema tradizionale, che prevede la legatura dei favi nel telaino da nido con filo di rafia naturale o spago, si riduce il rischio del saccheggio e del raffreddamento della covata.

Durante l’innesto e il taglio della cera si controllavano attentamente i favi per cercare di corgere la regina (foto 5 ) 
e di non recarle danno.

Man mano che si tagliavano, i favi erano tutti selezionati: i favi vuoti erano depositati in un recipiente per poi essere destinati direttamente alla fusione, i favi pieni di miele in un altro recipiente per essere poi destinati alla torchiatura per ricavare un po’ di miele che doveva servire come nutrizione, immediatamente dopo il travaso della famiglia dal pigliasciame nell’arnia razionale.

Terminato il taglio di tutti i favi, è stato completato il pigliasciame con telaini già costruiti, chiuso e sistemato nel posto occupato in precedenza dalla fessura d’ingresso della famiglia, fino a tarda sera, per recuperare tutte le bottinatrici che ritornavano dai campi e tutte le api che si erano alzate in volo durante il travaso, richiamate dalle compagne che già avevano preso possesso della nuova casa.

Il tempo impiegato dai due apicoltori per recuperare lo sciame è stato di quattro ore.

Il successo nel recupero della famiglia è dipeso molto dal favo di covata che ha trattenuto le api e la regina nel pigliasciame.
L’ultima fase del recupero si è svolta il giorno dopo, (foto 6) quando la famiglia è stata travasata dal pigliasciame all’arnia razionale, controllando se era stata catturata anche la regina.

Il travaso definitivo nell’arnia razionale, è avvenuto inserendo prima un telaino di scorte, pieno di miele e polline, adiacente alla parete est dell’arnia, poi i tre favi naturali ingabbiati, altri due favi costruiti, un telaino con foglio cereo e un’altro telaino di scorte, restringendo il tutto con un diaframma.

Durante il travaso i telaini sono stati attentamente osservati per cercare di scorgere la regina perché, in mancanza, bisognava subito correre ai ripari ed inserire una nuova regina in gabbietta o una cella reale prossima allo sfarfallamento per normalizzare al più presto lo sciame. Non è stato il nostro caso perché la regina era stata catturata e dalla deposizione compatta s’intuiva che non aveva più di un anno d’età.

Durante le successive visite di controllo, si è accertato che la regina deponeva normalmente nei favi ingabbiati, quindi le pareti di rete zincata che ingabbiano i telaini non sono d’ostacolo alla deposizione della regina.

Per avere sempre favi perfetti, tutti a celle d’operaie, man mano che nasce la covata nei telaini ingabbiati, è consigliabile spostarli ai lati dell’alveare per poi sostituirli con telaini con fogli cerei o favi costruiti.

Auguro a tutti un buon recupero di sciami selvatici.

Apisticamente, Angrisani ing.Pasquale.

pasquale.angrisani@libero.it
Il periodo migliore per recuperare o travasare gli sciami dalle arnie rustiche a quelle razionali coincide con l’inizio della stagione apistica, quando nel nido ci sono poche api e miele. Queste condizioni, facilitano le operazioni di trasferimento dei favi, nel Salernitano coincidono con la fioritura del ciliegio.

venerdì 8 febbraio 2013

Apicoltura in Cina


Chissà se qualche visitatore di questo blog ci capirà qualcosa, la lingua cinese non è ancora alla portata di molti occidentali, ma di sicuro le immagini possono esserci utili per fare qualche raffronto con la quotidianità dei nostri apicoltori...

mercoledì 23 gennaio 2013

Regione Campania: Bando pubblico per finanziare l'acquisto di arnie con fondo a rete per la lotta alla varroa


Il settore "Sperimentazione, informazione, ricerca e consulenza in agricoltura", con Decreto dirigenziale n. 11 del 17 gennaio 2013, ha approvato il bando pubblico per il finanziamento dell'acquisto di arnie con fondo a rete per la lotta alla varroa.
Il bando rientra nell'azione b.3 del sottoprogramma regionale per l'annualità 2012-2013 (approvato con DGR 754/2012), nell'ambito del Programma italiano per il miglioramento della produzione e della commercializzazione dei prodotti dell'apicoltura per il triennio 2011-2013
La spesa totale prevista per la realizzazione degli interventi di cui al presente bando è di € 160.006,66.

Soggetti beneficiari
Apicoltori che detengono e conducono almeno 80 alveari e che risiedono in Campania o, per le persone giuridiche, che vi abbiano sede legale, in possesso dei seguenti requisiti minimi:

  • aver dato formale comunicazione ai servizi veterinari della Azienda Sanitaria Locale competente per territorio del numero di alveari detenuti, ai sensi dell'articolo 6 della legge 313/04. Ai fini dell'accesso ai benefici si terrà conto esclusivamente degli alveari denunciati antecedentemente alla data di pubblicazione del presente bando;
  • aver costituito il proprio fascicolo aziendale nella Banca Dati SIAN. Il fascicolo, a pena di esclusione, deve risultare attivo alla data di presentazione dell'istanza.


Termine per la presentazione delle istanze

Le istanze dovranno pervenire alla Regione Campania AGC Sviluppo Attività Settore Primario - Settore Sperimentazione, Informazione, Ricerca e Consulenza in Agricoltura - Centro Direzionale Isola A/6 – 13° piano, CAP 80143 – Napoli, entro le ore 15,00 del giorno successivo al trentesimo giorno dalla data di pubblicazione del bando sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania. Le istanze pervenute oltre tale termine saranno escluse.
Qualora detto termine di scadenza coincida con un giorno festivo, il termine stesso è posticipato al
primo giorno feriale successivo. Non fa fede la data di spedizione dell'Ufficio Postale accettante
la spedizione stessa.


fonte: http://redazione.regione.campania.it/rcnews_ce/showDocumentsNletter.php?04e2cb8004f27fa7b8d0af5c5f9d0e39=1bbe334039ad0f8ae92266764a337eb1&nletter=nletter&num_newsletter=220&pgCode=G6I56R4188&refresh=on

sabato 5 gennaio 2013

Come allevare le api


La prima cosa che viene in mente quando si parla di apicoltura è, naturalmente, il miele. Questo fluido dolce, viscoso, è nettare trasformato dalle api operaie. In media, un alveare commerciale può produrre 29 chili di miele all’anno. La cera è un altro prezioso sottoprodotto dell’attività delle api. Un favo serve per cinque o sei anni. Poi si scurisce a motivo di vari microbi e larve che vi si annidano, e deve essere sostituito. Dai favi scartati si estrae la cera. La produzione media commerciale va dai 10 ai 20 chili di cera per ogni tonnellata di miele raccolto. 
Il polline — che è la principale fonte di proteine, vitamine, minerali e grassi per lo sviluppo della regina, delle operaie e dei fuchi — è pure apprezzato da alcuni come ottimo rimedio naturale per diversi disturbi fisici. Un favo può produrne quasi 5 chili all’anno. Il propoli è una sostanza che le api usano per isolare l’alveare e per avvolgere qualsiasi intruso troppo grosso per essere allontanato. 
Direttamente o indirettamente, la produzione di circa un quarto del cibo che consumiamo, dipende dalla capacità delle api mellifiche di impollinare le piante coltivate. Mele, mandorle, angurie, prugne, pere, cetrioli e diversi tipi di bacche, dipendono tutti dall’impollinazione effettuata dalle api. Lo stesso avviene per varie piante da semina, fra cui carote, cipolle e persino girasoli. Il lavoro delle api, che impollinano l’erba medica di cui si nutre il bestiame, influisce anche sulla carne e sui prodotti caseari.


Diventare apicoltore può sembrare facile: Uno si procura alcune arnie piene di colonie di api, le colloca in una località nettarifera e ritorna dopo qualche mese a raccogliere i prodotti. Ma le cose non stanno così. 
Facendo l’apicoltore si assiste a miracoli quotidiani. Finora nessuno capisce bene la complessa vita comunitaria, la progredita capacità di comunicare e le favolose abitudini di lavoro dell’ape mellifica. 

Tracciando la storia dell’apicoltura, bisogna sapere che nel passato gli apicoltori raccoglievano il miele distruggendo le colonie di api, che abitavano in alberi cavi e altri anfratti. Nel 1851, tuttavia, un apicoltore americano, Lorenzo Lorraine Langstroth, scoprì che le api lasciano uno spazio di circa 6 millimetri fra i favi di cera. Quindi si potevano usare alveari di legno di fattura umana, in cui fosse lasciato uno spazio simile fra i telai dei favi. Così era possibile estrarre i telai dall’alveare e raccogliere il miele e la cera senza distruggere la colonia.


Per fare bene questo lavoro, è necessario avere molto affetto per le proprie api. Si diventa come un padre per loro, e le api se ne rendono conto e reagiscono di conseguenza. Si diventa anche il loro medico, il loro custode e colui che dà loro da mangiare nei periodi difficili d’inverno

Un buon apicoltore può dire molto, dando solo un’occhiata a un alveare, che di solito contiene da 8.000 a 80.000 api. Se sei esperto, quando apri l’alveare, ti basta sentire il ronzioper capire se la colonia è sana, produttiva e ‘felice’se ha fame; se è ‘orfana’, perché l’ape regina è morta; se è agitata per qualcosa di spiacevole; e molte, molte altre cose. 


L’apicoltore può seguire i fiori d’arancio e di tiglio per tenere occupate le sue colonie. D’estate e d’autunno, una zona ricca di pini e abeti farà produrre miele di buona qualità di colore roseo, che si vende bene. Dal timo in fiore si ottiene miele della migliore qualità, un miele insuperabile, dicono gli apicoltori. Le api si nutrono anche di trifoglio bianco, trifoglio giallo dolce ed erba medica. 
È estremamente importante avere buon senso. Quando si collocano gli alveari in una zona montuosa, è meglio metterli ai piedi del monte. Così le api possono salire verso la cima, posarsi sugli alberi carichi di fiori, e poi, sazie, scendere con maggior facilità verso l’alveare. Se gli alveari fossero molto più su lungo il pendio, al di sopra degli alberi, le api si stancherebbero e ciò avrebbe un effetto negativo sulla produttività della colonia.

Ogni apicoltore capisce quale ruolo importantissimo ha la regina sul benessere e la produttività della colonia.  Negli alveari che producono scarse quantità di prole e di miele, la regina deve essere uccisa e sostituita.  

Le colonie che hanno regine giovani producono la maggior quantità di miele.  Inoltre, quando si vogliono creare nuove colonie, si prende un alveare doppio sano, pieno di api, e si separa la cassetta superiore da quella inferiore.  Si lascia la regina in una cassetta, e si mette una giovane regina già accoppiata nell’altra.  Al tempo della fioritura, la nuova regina deporrà le uova, riempiendo l’alveare di giovani api operaie”.  
Quanto vive un’ape? La durata della vita di un’ape operaia è inversamente proporzionale alla sua operosità.  D’estate, quando succhia il nettare dai fiori circa 15 ore al giorno e vola a una velocità di 21 chilometri orari, l’ape vive solo sei settimane.  D’inverno le api faticano meno, perché lavorano solo due o tre ore al giorno, e quindi riescono a vivere parecchi mesi.. 

Fonte: http://www.animalidalmondo.it/come-allevare-le-api-154087.html